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SANTANA News - Intervista a Carlos
Carlos Santana: le mie canzoni mi inseguono sui taxi
«Trenta fan di Marilyn Manson e… me. Io su un marciapiede, loro su quello
opposto. Giubbotti di pelle, piercing, anfibi, borchie, facce vampiresche. Mi
fissano, li fisso. Fino a quando il più minaccioso attraversa la strada. Per
stringermi la mano: “Hey man, tu sei un grande”».
Quella sera d’inverno, nel centro di Colonia, in Germania, Carlos
Augusto Alves Santana non la dimenticherà facilmente:
«Il rispetto del capo dei goticiha rafforzato la mia
convinzione che la musica con buone vibrazioni parla al cuore di tutti, nessuno
escluso. Credo sia questo il segreto del successo di
Supernatural, il mio best-seller da 27 milioni di
copie».
Dieci anni dopo quel trionfo, il chitarrista messicano celebra il momento più
alto della sua carriera, pubblicando Supernatural Legacy
edition, ovvero l’album originale rimasterizzato, arricchito da un
altro spettacolare cd di canzoni inedite e rarità.
«Era ora di fare ascoltare tutto quello che avevamo inciso in un momento
di pura gioia creativa. Mia e dei musicisti che hanno lavorato con me:
Eric Clapton, Lauryn Hill, Eagle Eye Cherry e tutti gli altri.
Mio padre José, un violinista mariachi di Autlán de Navarro, diceva sempre: la
musica che ha anima penetra in noi più di una lama affilata. Il resto sono suoni
e rumori. Spesso fastidiosi».
Non ha un approccio terreno Santana quando parla della sua arte. Per lui far
vibrare le corde della chitarra è un atto spirituale, un gesto sciamanico, un
momento di luce abbagliante nel buio della vita terrena.
«Per comprendere il senso della mia storia, ho dovuto mettere da parte la
razionalità. Basti pensare a Woodstock: io e i miei musicisti ci presentammo
davanti a mezzo milione di persone senza aver mai inciso un disco, come un
gruppo di sconosciuti allo sbaraglio. Arrivammo al festival a piedi, perché
tutte le strade erano bloccate. A un certo punto, in mezzo al caos totale, ci
trovammo sulla scaletta che conduceva al palco. Salimmo e iniziammo a suonare
senza nemmeno avere verificato i volumi degli strumenti. E il disastro
annunciato si trasformò in uno show pazzesco con il pubblico in piedi a
osannarci».
In un’era, quella attuale, di hit composti a tavolino negli uffici delle case
discografiche, di sofisticati algoritmi che selezionano le canzoni vincenti e di
artisti usa e getta, Santana parla come immerso in una fiaba, in un universo
fatto di dolci ricordi e melodie suadenti.
«Rivedo mio padre seduto davanti a casa con il violino tra le mani.
Scrutava il cielo e poi, con un solo colpo d’archetto, emetteva un suono che
richiamava nel giardino tutti gli uccellini della zona. Non era una nota
precisa, ma nemmeno un semplice rumore. “Questo è il tono universale” ripeteva
papà “quello che ti permette di comunicare con il resto del mondo attraverso uno
strumento”. Ciò che rende immortale la musica di Bob Marley o
John Coltrane, aggiungo io. Appena mio padre si metteva a
suonare, la gente usciva dalle capanne e si sedeva intorno a lui. Lo adoravano.
Ogni volta che salgo sul palco, ripenso a quel momento e spero che il pubblico
si stringa intorno a me con la stessa intensità e lo stesso affetto».
articolo tratto da blog.panorama.it e scritto da Gianni Poglio
Martedì 27 Aprile 2010
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